La Patria è morta? W la spigola al forno!

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Gli italiani festeggiano la caduta del fascismo. Ma presto avranno i tedeschi in casa. (Foto Wordl History Archive)

Tra il 25 luglio e l’8 settembre del 1943 l’Italia vive il periodo forse più drammatico della sua storia recente: si sveglia senza più il fascismo (dopo 21 anni  il Governo fascista crollava e Mussolini veniva arrestato e relegato in prigione sul Gran Sasso) ma il mattino dopo si ritrova con i tedeschi in casa.

L’8 settembre 1943, dopo l’incomprensibile ritardo con cui il Maresciallo Badoglio aveva annunciato l’armistizio già sottoscritto cinque giorni prima (e che provocò la reazione violenta delle forze alleate che bombardarono Civitavecchia, Viterbo e Napoli nell’intento di costringere il Maresciallo ad annunciare formalmente il cambiamento di campo italiano) il Paese e tutto il suo apparato statale implode: il re Vittorio Emanuele III e il figlio Umberto, il Capo del Governo Badoglio e i vertici militari fuggono tutti dalla capitale incuranti, con irredimibile miseria umana e istituzionale, del destino dell’Italia (Churchill e i Reali d’Inghilterra non abbandoneranno mai Londra sotto i bombardamenti, perfino le principessine Elisabetta e Margaret la sera parlavano alla radio per tranquillizzare i bambini).

Salvatore Satta (giurista e scrittore) nel suo romanzo di riflessioni De profundis (Cedam 1948, ripubblicato poi da Adelphi nel 1980 e da Ilisso nel 2003) definì l’8 settembre la “morte della patria“.

L’espressione venne ripresa più tardi dagli storici Ernesto Galli della Loggia e Renzo De Felice, secondo i quali il sentimento nazionale italiano, nato con il Risorgimento,  è morto in quella infausta data per non rinascere mai più (tesi peraltro avversata da altri storici come Claudio Pavone e Nicola Tranfaglia e, da ultimo, dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi).

Il 25 settembre dello stesso anno, tra le undici e trenta e mezzogiorno Bologna, la città in cui si muove il Commissario De Luca (Peccato mortale di Carlo Lucarelli – Einaudi Stile Libero 2018) subisce l’incursione aerea più disastrosa di tutta la guerra. 210 tonnellate di esplosivo vengono sganciate  dalle fortezze volanti americane tra il centro e la periferia distruggendo quasi 500 edifici e provocano almeno duemilacinquecento morti e quasi altrettanti feriti (impossibile accertare il numero dei dispersi).

Migliaia di profughi scappano verso le colline e le campagne circostanti da una città indifesa e vulnerabile.

In caos è totale (nella notte tra l’8 e il 9 settembre i tedeschi avevano preso possesso della città stabilendo il proprio quartier generale presso hotel Baglioni; la stessa polizia criminale presso la quale è in forze il Commissario De Luca, sembra dissolversi in attesa di un nuovo ordine) ma il personaggio nato dalla penna di Carlo Lucarelli, seguendo le piste di un corpo senza testa e di una testa senza corpo, continua a nutrire la sua ossessione di cane da caccia: arrestare gli autori di alcuni feroci omicidi legati a un turpe traffico di cocaina. Perché giustizia sia fatta? Improbabile in quei giorni in cui niente è quel che sembra, ma perché la verità venga a galla. Non senza, però, accettare un compromesso che sarà il suo peccato mortale.

Ambientato in una Bologna in cui scarseggiano le derrate alimentari e il caffè vero è un miraggio, nell’intrigante romanzo di Lucarelli si mangia poco.

Noi abbiamo scovato una spigola al forno (pag. 191): un miracolo gastronomico di essenziale voluttuosità.

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Pane e pomodoro ai tempi del miracolo economico italiano

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Fiat 600. L’Italia si muove verso il benessere.

Straordinarie trasformazioni dello stile di vita, del linguaggio e dei costumi degli italiani, accompagnati da un deciso aumento del tenore di vita delle famiglie, avrebbero rappresentato quella irripetibile accelerazione della crescita economica soprannominata  “il miracolo economico italiano”.

Chi è nato negli anni ’50  solo dopo qualche decennio, tra le aule di magisteri di Economia o Sociologia per esempio, avrebbe compreso che quel tumultuoso affastellarsi di Lambrette e di Vespe, di 500 e di 600 rombanti in quarta sulla doppie corsie della nascente  Autostrada del Sole (ma la ruspante borghesia viaggiava già tra le bombate lamiere della Fiat 1100 e il lusso vellutato delle Lancia Flavia) , di elettrodomestici destinati nella loro bianca purezza ad alleviare (moltiplicandole) le fatiche di casalinghe appagate (che da allora in poi avrebbero fatti i “mestieri” coi capelli laccati e i tacchi a spillo sotto vaporose gonne svolazzanti) ; quel moltiplicarsi, dicevamo, di luoghi magici che spalancavano atri luccicanti di promesse consumistiche come le caverne di Alibabà ma dai nomi improbabili di Standa e Upim , quelle irresistibili sirene televisive che “dopo Carosello tutti a nanna” (e quei televisori che s’infilavano con sfavillanti baluginii catodici in tutte le case insegnando l’italiano agli italiani e a pronunciare correttamente  impronunciabili  nomi  di merci straniere straripanti dagli scaffali: Kraft, Star, Durban’s, Dixan); tutte queste straordinarie trasformazioni dello stile di vita, del linguaggio e dei costumi degli italiani, accompagnati da un deciso aumento del tenore di vita delle famiglie, avrebbero rappresentato quella irripetibile accelerazione della crescita economica soprannominata  “il miracolo economico italiano”, o più semplicemente “boom”.

L’Italietta rurale diveniva, poco a poco e a sua insaputa, quell’Italia adulta che si sarebbe seduta con orgoglio alla tavola dei consessi internazionali; nientemeno che una delle principali potenze industriali dell’Occidente (ma mantenendo l’intreccio ibrido fra la persistenza di consuetudini arcaiche e l’irruzione di mode e usanze orecchiate dall’estero).

E mentre il Paese viaggiava spedito verso il progresso e l’industrializzazione e la tecnologia, mentre quella parte di Paese che parlava ancora siciliano, calabrese, napoletano, abruzzese lasciata indietro viaggiava a sua volta, con minor speditezza ma altrettanta feroce determinazione ad accumulare pezzetti di benessere per i propri figli (che nel frattempo imparato l’inglese e il francese e il tedesco, con un titolo di studio e il palmare nello zaino continuano a cercare altrove il benessere negato in Patria) ; mentre tutto questo avveniva,  noi figli del ’50 guardavamo invidiosi i compagni di gioco che addentavano le prime merende industriali.

Mentre l’Italia cambiava perdevamo pezzi della nostra infanzia.

Perdevamo la semplicità disarmante di pane e zucchero, la sontuosa untuosità di pane e pomodoro e olio e un pizzico di sale e un sentore di origano, il lusso raro di un panino bianco fragrante di forno imbottito di una fetta (una) di mortadella. Sbavavamo per il miraggio bicolore della Cremalba, per la dolcezza del Golosino base di wafer e una nuvola di panna racchiusa in un guscio sottile di cioccolato, per quel miscuglio gianduioso e stupefacente (nel senso della dipendenza) di cacao e nocciole che è la Nutella (ma”vogliamo stare tutta la vita a rimpiangere la Nutella?“).

E quanto orgoglio nelle voci acute delle mamme che dalle finestre sui cortili strillavano ai loro pargoli “la merenda!” mentre spalmavano felici conservanti ed edulcoranti e coloranti e oli di palma e aromi naturali e grassi saturi (ma anche insaturi, chissenefrega) su fette di pane che avevano visto più appetitosi companatici.

E che fatica per noi genitori e nonni, divenuti adulti votati a una nutrizione sana e consapevole, recuperare figli e nipoti alla santità delle nostre merende antiche.

E già. Ci vorrebbe un altro miracolo.

Per la ricetta di pane e pomodoro clicca qui

D’Artagnan e la crema Chantilly

D'Artagnan

Si sa che percorrendo i vicoli stretti della gastronomia si possono attraversare i sentieri impervi della Storia o incrociare le strade arieggiate della Letteratura.

In uno di questi crocevia ci siamo imbattuti in D’Artagnan e nella crema Chantilly. O meglio, nell’intento di arricchire d’interesse la semplicità disarmante della ricetta della celebrata leccornia francese seguendone la storia, abbiamo incontrato il protagonista delle indimenticabili avventure di cappa e spada.

Ma che c’entra il celebre moschettiere di Alexsandre Dumas con la famosa crema francese? E’ presto detto.

Il personaggio letterario di D’Artagnan è ispirato alla reale figura di Charles de Batz de Castelmore d’Artagnan. Capita sovente in letteratura che figure storiche ispirino personaggi letterari che divengono  nel tempo famosi. Più sorprendente è il suo contrario: famosi personaggi letterati che aspirano, almeno nella percezione dei lettori, a divenire figure storiche realmente esistite.

E’ il caso, per esempio, di  uno dei personaggi più iconici e riusciti della letteratura di sempre, Sherlock Holmes. Sul celebre detective di Sir Arthur Conan Doyle si è, infatti, accumulata una biografia talmente dettagliata da convincere gli inglesi che Sherlock abbia realmente elaborato le sue brillanti deduzioni nella casa di Baker Street, a pochi passi da Regent’s Park a Londra, magari indossando il celebre cappello da caccia inglese (deerstalker). Per inciso, pare che non pochi inglesi siano invece convinti che Churchill non sia mai esistito realmente (*).

Ma torniamo a D’Artagnan. Fu Charles de Batz de Castelmore d’Artagnan che, a capo di un drappello di moschettieri, il  5 settembre 1661 per ordine di Luigi XIV arrestò Nicolas Fouquet potente Sovrintendente alle finanze accusato di malversazione. Fu probabilmente un’astuta manovra di palazzo architettata da Colbert, suo rivale, che ne accelerò la disgrazia denunciandone l’arricchimento e la magnificenza della festa di Vaux-le-Vicomte (pare che Fouquet avesse il vezzo di far servire le portate in piatti d’oro massiccio) per suscitare la gelosia di Luigi XIV.

All’epoca, si sa, i grandi di Francia non erano tali se non avevano al proprio servizio dei grandi Chef. François Vatel, pseudonimo di Fritz Karl Watel, cuoco e pasticcere francese, fu al servizio di Nicolas Fouquet già dall’età di 22 anni. E fu lui ad organizzare il banchetto d’inaugurazione del castello di Vaux-le-Vicomte per il quale creò la sua ricetta più celebre, in seguito divenuta famosa come crema Chantilly.

Il nome che in seguito sarebbe stato dato al dolce è il risultato di un’intrigante mistura d’avventura e opportunismo. La leccornia, infatti,  rischiò infatti l’umiliazione dell’oblio perché Vatel, temendo di essere coinvolto nella congiura che portò alla rovina il suo padrone, fuggì in Inghilterra.

Più tardi, rassicurato, fece ritorno in Francia ed assunto da Luigi II di Borbone-Condé, principe di Condé, che lo assegnò al castello di Chantilly, in onore del quale rinominerà la famosa crema da lui ideata.

Et voilà! La Chantilly è servita.

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(*) E’ tutto vero. Secondo un sondaggio compiuto su 3 mila persone per conto della UK Tv Gold, infatti, il 58% degli intervistati ritiene che il personaggio creato da Arthur Conan Doyle nel 1887, sia vissuto realmente mentre il 23% è convinto che Winston Churchill, primo ministro dal 1940 al 1945 e dal 1951 al 1955, sia un personaggio di fantasia così come Cleopatra(4%), Ghandi (3%) e lo scrittore Charles Dickens (3%). Ma non finisce qui. Il 47% degli intervistati sostiene che Riccardo Cuor di leone, re d’Inghilterra dal 1189 al 1199, non sia mai stato sovrano ma viva solo nei libri. La curiosa notizia è contenuta tra l’altro in un trafiletto de “L’internazionale di marzo 2008. Sul punto segnalo anche una gustosa “bustina di minerva” di Umberto Eco su l’Espresso.
L’illustrazione è tratta da http://www.lemondededartagnan.fr

La salsa assassina

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Gianni Farinetti

“…Perché la colpa è solo mia, pensa la vecchia cuoca di casa Gaurienti soffiandosi rumorosamente il naso, mia e del mio maledetto bagnet vert.  Gli piaceva tanto al me Cesare e invece con tutto quel peperoncino me lo ha ucciso.”

Davvero la vecchia cuoca ha ucciso Cesare Gaurienti, il suo Cesare, sia pure inconsapevolmente? Ma procediamo con ordine.

Cesare Gaurienti è il capostipite dispotico e indiscusso di una famiglia alto borghese nonché capo incontrastato di una solidissima impresa edile i cui lauti profitti consentono da decenni a tutta la tribù di vivere nel lusso, con signorile noncuranza e naturale bon ton, tra la grassa e lenta provincia torinese e il mondo scintillante di casinò, piacevoli Boulevard, famosi ristoranti e splendide ville languidamente distese tra Nizza e Cap Ferrat.

Tra le vicende amorose di uno sceneggiatore e di un laureando in storia dell’arte, di una bella ragazza lacerata tra un marito distratto e un amante molto attento, di una signora che accetta con rassegnata nonchalance la convivenza, sotto il tetto coniugale, del marito con la cognata e di una cognata che con rassegnata disperazione convive con un amante che non divorzierà mai dalla moglie, la trama narra di un sanguinoso enigma tra Natale e Capodanno.

La morte di una vedova piemontese, abbastanza ricca da perdere con insistita abitudine al casinò, misteriosamente precipitata dal balcone di un lussuoso appartamento in Costa azzurra, apparirà infatti collegata da antichi e inestricabili legami alla morte successivo del Cesare, misteriosamente vittima di un banale incidente d’auto. Il tutto condito da una sordida storia di tangenti che ruota intorno a una lussuosa clinica.

Non mancano, in questo delizioso affresco di una certa provincia italiana, “madamazze” piemontesi presenzialiste ma esitanti, aristocratici dall’elegante omosessualità accettata dalla famiglia con sorridente condiscendenza, irresoluti travet, domestici fedelissimi ma anche no, intrattabili musicologi dal palato difficile e, appunto, gustose ricette di cucina.

L’assassino, come nelle migliori tradizioni giallistiche è il maggiordomo. O quasi!

Gianni Farinetti, “Un delitto fatto in casa” (Marsilio, 1996)

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Il parfait di mandorle che piace a Montalbano

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Nella raccolta di racconti “La prima indagine di Montalbano” (Mondadori, 2004) di Andrea Camilleri, il Commissario Montalbano gusta il famoso parfait di mandorle con cioccolata fusa, dolce siciliano d’eccellenza il cui nome originario è “Ali Pascià”.

Nel 1962 Salvatore e Francesco Paolo Cascino crearono al Ristorante “La Botte” di Monreale (Palermo) la ricetta originale di questo semifreddo alle mandorle con cioccolata calda che chiamaroro “Ali Pascià”. Il nome deriva dall’originale decorazione realizzata sul semifreddo, alla sua prima presentazione in un banchetto in onore del Principe Paolo di Camporeale, ovvero un turbante da sultano, realizzato con il croccante di mandorle caramellate.

I semifreddi, o parfait ghiacciati, si distinguono dai gelati per la differente lavorazione, perchè utilizzano panna al posto del latte, hanno una temperatura di conservazione e servizio più alta, una consistenza più fine e non vengono mantecati in gelatiera.

La ricetta originale non è più divulgata. Proponiamo questa versione del parfait di mandorle tratta da http://blog.giallozafferano.it/orobello/parfait-mandorle/

Ingredienti

200 gr. di mandorle non pelate
180 gr. di zucchero semolato
80 gr. di zucchero a velo
3 uova
400 gr. panna fresca
2 cucchiai di marsala
essenza di mandorla amara
sale

Preparazione

1) fate sciogliere 100 gr. di zucchero semolato in un pentolino doppio fondo, fino a quando raggiungerete i 121° (o finche’ lo zucchero inizia a2) aggiungete allo zucchero i 200 gr. di mandorle e fate caramellare per qualche minuto

3) una volta caramellate stendete le mandorle su un tappetino in silicone o carta forno fino al completo raffredamento

4) una volta freddate, tritate grossolanamente con un mixer, aggiungete il marsala e l’essenza di mandorla amara e mettere da parte

5) montate 400gr. di panna con 80 gr. di zucchero a velo, e lasciate riposare in frigo

6) dividete i tuorli dagli albumi, montate i tuorli d’uovo con 80 gr.di zucchero semolato e gli albumi con un pizzico di sale
(ricordate che le uova dovranno essere a temperatura ambiente e che dentro gli albumi non ci dovranno essere tracce di tuorli o non monteranno)

7) unire a questo punto la panna con le mandorle precedentemente preparate, aggiungere al composto ottenuto i tuorli montati e per ultimo gli albumi montati a neve, amalgamate il tutto con delicatezza per evitare di smontare il composto dal basso verso l’alto

8) quando pronto versate all’interno di uno stampo e lasciate riposare in congelatore per almeno 12 ore.

Servite il parfait con una colata di cioccolata calda ( sciogliete 150 gr, di cioccolato fondente eaggiungete 100 gr.di panna).

I gueffos dell’Accabadora

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Michela Murgia

Siamo a Soreni, un paesino della Sardegna, nei primi anni cinquanta. La piccola Maria Listru, ultima e indesiderata di quattro sorelle orfane, viene adottata da Bonaria Urrai, vedova benestante, divenendone “fillus de anima … i bambini generati due volte, dalla povertà di una donna e dalla sterilità dell’altra“.

Maria e Tzia Bonaria, sarta del paesino, vivono come madre e figlia consapevoli entrambe di non esserlo. La vecchia offre alla piccola una stanza tutta sua, istruzione, rispetto e un futuro. La bambina, benché cresciuta nella povertà e nella disattenzione della famiglia di origine, si abitua presto alla nuova situazione, anche se non ne capisce le profonde e impegnative implicazioni.

La piccola Maria è, però, sveglia e presto si accorge che c’è qualcosa di misterioso nella vecchia vestita di nero, nei suoi silenzi, nello sguardo timoroso di chi la incontra, nella sapienza millenaria dimostrata riguardo alla vita e alla morte e nelle improvvise e incomprensibili uscite notturne.

Quello che tutti sanno, e che Maria scoprirà drammaticamente solo da adolescente, è che Bonaria Urrai è interprete di una cultura arcaica che prescrive che i malati senza speranza, se lo richiedono, possono avere una fine pietosa impartita, come gesto amorevole e finale, dall’accabadora, l’ultima madre.  Sconvolta dalla rivelazione Maria, ormai adulta, abbandona la madre fittizia e la Sardegna.

Ma due anni dopo, un improvviso malore di Tzia Bonaria, che la porterà presto alla morte, costringe Maria a tornare e a fare i conti con quella che, alla fine, si rivela essere stata una fatale predestinazione.

Il romanzo, bello e drammatico, induce profonde riflessioni sul senso della vita e sull’eutanasia, tema angosciante e di straordinaria attualità.

Si consiglia di leggerlo granocchiando qualche “gueffos”.

Michela Murgia, “Accabadora”

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Lo sfincione della marescialla

Simoneta Agnello Horbny

“La monaca” di Simonetta Agnello Horbny (Feltrinelli) è un romanzo ambientato nella Messina del 1839. E’ il 15 agosto e in casa del maresciallo Peppino Padellani di Opiri, fervono i preparativi  per la festa dell’Assunzione della Vergine.
La protagonista è Agata, sesta figlia femmina di una nobile famiglia napoletana trasferita a Messina per volontà del re Federico II di Borbone.
Secondo la definizione che ne dà la stessa autrice, Agata è una “monaca eretica”. Dalla rigida educazione e con la testa piena di sogni la ragazza nel corso di tutto il romanzo – tranne che nelle ultime righe dove tutto si sistema per il meglio – sembra sempre in bilico tra la vocazione religiosa e il desiderio di vivere una vita laica e sessualmente appagante con il bel capitano inglese James Garson.
L’ambientazione storica è splendida, la vicenda  narrata, complicata e ricca di accadimenti e colpi di scena, rischia di annoiare un po’. Se non vi sarà piaciuto, consolatevi con una ricca porzione di sfincione.

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